Con il termine Hikikomori ci si riferisce alla tendenza dei giovani maschi giapponesi a chiudersi nella propria stanza al buio, rifiutando qualsiasi contatto sociale e comunicando con il mondo esterno solo ed esclusivamente attraverso internet.
Questo termine ha assunto poi un’accezione più ampia comprendendo varie forme di ritiro sociale in vari paesi. In Italia non esiste una casistica ufficiale ma si parla di più di 100 mila casi.
In Giappone il fenomeno riguarda giovani di età compresa tra i 13 e i 30 anni, di ceto medio alto, mentre in Italia riguarda soprattutto adolescenti.
Una prima spiegazione del fenomeno è stata data dall’esame della società giapponese: società molto competitiva e fondata sul mito del super lavoro; le scuole sono altamente selettive; la famiglia si basa sul modello di madre-moglie e padre assente dedito solo al lavoro. Il ragazzo quindi è inserito in un ambiente familiare dove l’appartenenza conta molto più dell’essere.
In Italia, così come in altre parti del mondo, la società si fonda sul mito dell’immagine, della popolarità e del successo. Si crea così nei ragazzi un Ideale dell’Io irraggiungibile che porta ad un sentimento di vergogna. Da qui la chiusura. Sono spesso ragazzi intelligenti e sensibili ma timidi e introversi a cui viene a mancare la funzione paterna di introduzione al sociale. Questi adolescenti si ritirano per sfuggire allo sguardo degli altri, spesso anche dei propri genitori (possono rifiutarsi di uscire dalla propria camera anche per mangiare), rifugiandosi dalla vergogna che provano per il fatto di non sentirsi abbastanza validi. Tendono a non curarsi del proprio corpo fino ad arrivare a non lavarsi e negando anche il normale istinto sessuale a favore di una visione romantica dell’amore.
Si capisce quindi come la causa non sia da ricercare nei mezzi di comunicazione attraverso internet che invece diventa una risorsa per questi ragazzi in quanto unico modo di avere un contatto con il mondo esterno (spesso trovano amici nel web con cui parlare in chat).
È importante quindi intervenire in tempo, ai primi segnali di disagio e di ritiro, affinché non si trasformi in una vera e propria psicopatologia.