“Mamma! Papà! Non riesco a dormire!”

Nella mia esperienza di psicoterapeuta infantile ho osservato, negli ultimi anni, un’elevata frequenza di disturbi del sonno nei bambini dalla primissima infanzia fino all’adolescenza.

Tra le varie manifestazioni con cui si presentano i disturbi del sonno, in quest’articolo mi riferisco a quello che si manifesta con l’impossibilità di addormentarsi e continuare a dormire nel proprio letto lontano dai genitori o da un genitore in particolare. Tale situazione diventa talmente insostenibile per i genitori, stremati dalla mancanza di sonno dovuta il più delle volte alla scomodità data dal trovarsi un/a bambinone/a di 12 anni nel lettone matrimoniale, da portarli finalmente alla richiesta di una consulenza psicologica.

Spesso le coppie sono concretamente separate poiché, per poter dormire, uno dei genitori, spesso il padre, è bandito dal letto matrimoniale!

Sicuramente, una situazione del genere, deve essere letta attraverso un’analisi sistemica delle relazioni familiari, ma non è questo l’obiettivo del presente articolo.

Come psicoterapeuta ad indirizzo psicodinamico dell’infanzia e dell’adolescenza, mi interessa esporre le mie riflessioni affinché possano essere d’aiuto a non trascurare il problema.

Innanzitutto mi preme rilevare che mai, in nessun caso, mi sono trovata di fronte genitori incuranti e superficiali ma sicuramente molto giovani, mentre i bambini in questione erano spesso primogeniti molto intelligenti, autonomi, i primi della classe oltre che belli. Si potrebbe definirli piccoli “Narciso” in crescita figli di grandi “Edipo” alle prese con i propri fantasmi genitoriali.

Sarebbe sbagliato però immaginare che tali bambini siano ossessionati dalla prestazione a causa delle aspettative dei propri genitori. Tale eventualità può presentarsi in molti casi, ma non è strettamente legata alla difficoltà di addormentamento. Più spesso, è la percezione di una figura genitoriale debole, ansiosa, insicura che determina nel figlio l’impossibilità di interiorizzare una sicurezza di sé tale da potersi permettere l’abbandono nel sonno. Infatti, mentre durante il giorno la coscienza vigila sulla realtà che ci circonda, durante il sonno invece perdiamo completamente il controllo sulla realtà. Come può un bambino essere certo che non gli accadrà nulla? Occorre aver sviluppato dentro di sé un senso di fiducia e di coesione tale da sentirsi sereno e al sicuro.

Spesso, invece, proprio quei bambini che appaiono più svegli, più maturi e autonomi sono internamente insicuri e anche pieni di rabbia, di sentimenti giudicati “cattivi” che vengono fortemente negati. Alla base di una situazione del genere, c’è una profonda difficoltà a separarsi internamente dai genitori e ad accettare il “dramma” della crescita. La crescita, infatti, porta inevitabilmente a delle frustrazioni, allo scontro con la realtà al quale il “principe” di casa, che sa e può fare tutto, non è preparato.

Non si tratta di “essere viziati”, questi bambini sono beneducati e spesso si preoccupano, eccessivamente, dei problemi economici che potrebbero avere i genitori. Sono piccoli adultizzati, troppo vicini alle questioni genitoriali e troppo immaturi per poterne reggere il carico. La tensione, dunque, mantenuta nascosta di giorno esce fuori di notte sotto forma di “paure” non meglio specificate.

Il compito genitoriale è veramente arduo in questi tempi in cui la tecnologia va più veloce di noi seguita a ruota dai nostri figli ai quali quasi fatichiamo a stare dietro.

Ma credo sia proprio questo lo sforzo che oggi gli adulti devono compiere: essere GLI ADULTI, i responsabili, quelli che danno i confini elastici ma pur sempre confini entro cui potersi muovere in base all’età e non alla presunta maturità che mostra il bambino. L’idea del confine offre sicurezza e insieme voglia di crescere per superarlo estenderlo.

Spesso, invece, l’adulto si abbassa al livello del bambino, a volte a causa della propria sofferenza per aver sperimentato genitori troppo distanti e freddi per cui cede di fronte al proprio figlio finendo al polo opposto. Questo, però, non offre al bambino un sostegno sicuro.

Anche il senso di colpa per la mancanza di tempo da passare con i figli porta i genitori a essere, soprattutto per la notte, cedevoli e permissivi. I ritmi della moderna società stremano sia gli adulti sia i bambini per cui è veramente difficile per questi ultimi separarsi dai genitori in maniera tranquilla e non traumatica. Si dovrebbe dedicare maggior tempo al momento della separazione, creare dei riti per stare insieme: leggere una favola, sedersi e parlare un po’ di come è andata la giornata, fare a cazzotti sul tappeto…. Qualunque cosa preceda il doversi poi separare e salutare per andare ognuno nel proprio letto.

Attenzione al significato dello stare insieme che non deve essere fare le cose portandosi dietro i figli: andare a fare la spesa con i figli non significa stare insieme. E i bambini lo avvertono, sentono l’ansia genitoriale di dover fare tante cose, anche per loro, e possono sentirsi in colpa provando il desiderio di essere d’aiuto e non di peso. Questo non permette loro di viversi la propria età. E di notte hanno paura.

Sono ancora tante le riflessioni che si possono fare sull’argomento poiché ogni manifestazione di disagio si esplica in modi diversi a seconda delle caratteristiche personali, familiari e sociali.

Vi possono essere in gioco angosce profonde di morte legate ad eventi luttuosi o traumatici, attaccamento insicuro, difficoltà di socializzazione e impulsi aggressivi non riconosciuti.

In ogni caso, il ricorso ad una psicoterapia sia individuale che familiare può certamente aiutare a superare un’impasse evolutivo e permettere a tutti i membri della famiglia di poter evolvere verso un nuovo e più stabile equilibrio. Senza paura.

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